Vittorio : Un diario di viaggio lungo 9 giorni

Venerdì 9 marzo 2012.

Finalmente l’attesa è finita. Frastornati dalla febbre e dalle medicine, nel mio caso anche da un bel mal di denti che mi accompagnerà per tutto il viaggio, siamo a Fiumicino.

Partenza alle ore 17:05, arrivo a Tunisi alle ore 18:20, ripartenza alle ore19:55, arrivo a Dakar alle ore 00:15.

Anche se non è stato raggiunto il numero minimo e nonostante i timori per le tensioni dovute alle elezioni presidenziali il tour è stato confermato ugualmente. Con me e Patrizia la terza viaggiatrice è Alessandra che, partendo da Milano, conosceremo a Tunisi durante lo scalo tecnico. Lei arriverà (o meglio, sarebbe dovuta arrivare) a Tunisi un’ora prima di noi. Il riconoscimento è affidato a due nostre foto che gli ho spedito alcuni giorni fa e alla descrizione del suo zaino e della sua borsa che mi ha detto porterà come bagaglio a mano. L’emozione e l’impazienza sono al massimo ed è proprio nel bel mezzo dell’euforia pre-volo all’aereoporto di Fiumicino,  che arriva la prima doccia fredda.

L’aereo ha dei problemi per cui ci sarà un ritardo di circa mezz’ora in attesa dell’arrivo di un altro vettore. Consapevoli che mezz’ora vorrà dire sicuramente un’ora e più, iniziamo a temere per la perdita della coincidenza. Timore che aumenta quando una notizia nata come voce di corridoio, anzi di gate, poi divenuta comunicazione ufficiale alle 18:00, annuncia che l’aereo che ci verrà a prendere viene da Milano.

Sarà mica quello su cui viaggia Alessandra? Ma no ci diciamo, molto poco convinti delle nostre parole, quel volo è già partito da due ore.

Ma l’ira e l’agitazione di un gruppo di tunisini che stanno inveendo contro il rappresentante della Tunis-air non lasciano margini di errori. L’aereo è proprio quello.

Ma allora vuoi vedere che hanno ragione i tunisini? In partenza da Roma siamo pochissimi, da Milano la situazione sarà stata simile, e così per non volare con due aerei mezzi vuoti hanno accorpato i voli. Alla faccia dell’aereo rotto.

Ed è così che alle 19 e passa saliamo sull’aereo dei milanesi sul quale conosciamo Alessandra che conferma, visto che a Milano così è stato giustificato il ritardo, la natura “commerciale” della scelta fatta da Tunis-air.

A questo punto, anche se un po’ scettici, non possiamo far altro che affidarci alle parole dell’ addetto Tunis-air di Roma: “La coincidenza per Dakar vi attenderà, è della nostra compagnia,non vi preoccupate”.

E invece siamo molto preoccupati, anche perché per poterci staccare da terra dobbiamo superare ancora due ostacoli.

Il primo è un tunisino che sotto l’effetto di alcol e droga, come ammesso dai suoi compagni di viaggio, non ha nessuna intenzione di smettere di fare casino, sbraitare, offendere e minacciare, refrattario a qualsiasi richiesta di calmarsi fatta dal personale di bordo. Risultato 40 minuti di attesa perché venga fatto scendere dall’aereo.

Per il secondo dobbiamo invece ringraziare il duo cabarettistico formato da un tunisino, amico di quello amichevolmente sbarcato e solo di poco più calmo, ed un vecchietto napoletano che chissà come e perché è su questo volo. La coppia ha visto bene, tanto per rallegrare ed animare l’ambiente, di iniziare un colloquio fatto di offese alternate a dichiarazioni di amicizia, canti inframmezzati da racconti sconci, arringhe a tutti i presenti e denunce all’indirizzo del personale di bordo e dirigenti della compagnia, il tutto in un misto di napoletantunisino, saltuariamente infarcito con qualche vocabolo italiano. Chiaramente la “piece” è stata recitata in piedi e così il volo è stato ulteriormente rimandato. Tanto a questo punto!!!!!!

La cosa più stupefacente è però constatare come i due riescano a capirsi. Sembrano quasi due amici al bar.  Sbronzi!!!

Noi invece siamo sbronzi di rabbia o forse ancora più di frustrazione. Una rabbia che ad un certo punto fa urlare ad uno dei ragazzi senegalesi, tutti rimasti rigorosamente seduti ed in silenzio per tutto lo show,: “mettetevi a sedere ed allacciate le cinture. Ci sono delle regole e vanno rispettate. Altrimenti non partiremo più”.

Dichiarazione di civiltà che ci fa amare subito il popolo che vogliamo andare a conoscere.

E così passano altri 15/20 minuti prima di riuscire a trovarsi tutti seduti contemporaneamente e quindi poter dare il via alle manovre di decollo. Purtroppo dall’ora della partenza prevista sono passate più di tre ore e la possibilità che il volo per Dakar ci aspetti è ridotta a semplice speranza.

Ed infatti all’arrivo a Tunisi ci viene sbarrato l’ingresso al corridoio “passeggeri in transito” perché nessun aereo è più in partenza. Il nostro volo per Dakar è regolarmente partito in orario, probabilmente l’unico ad averlo fatto tra tutti i voli della Tunis-air. Veniamo così invitati a passare il controllo passaporti e ritirare i nostri bagagli perché il prossimo volo per Dakar sarà domenica alle 18:00. Vale a dire tra due giorni. E che ci facciamo qui due giorni? Possibile non ci sia una soluzione alternativa?

Mentre alcune persone passano subito la dogana io, Patrizia ed Alessandra insieme ad altri due italiani e ad un gruppo di senegalesi, che ci hanno aiutato moltissimo, costituiamo un mini movimento di protesta che inscena un sit-in in area transito con tanto di piccoli scontri con la polizia tunisina. Vogliamo che un funzionario della compagnia aerea venga dove siamo noi a dirci come potremo raggiungere Dakar,  e solo dopo ci muoveremo. Dopo una serie di trattative con il malcapitato funzionario di turno inviato a tenere i rapporti con i ribelli senza nessun potere decisionale, siamo costretti a entrare in territorio tunisino per poter arrivare nell’ufficio di colui che sembra avere il potere di darci risposte. Tutto ciò è però negato a tre membri del neonato “gruppo rivoluzionario”. Tre senegalesi che viaggiando senza passaporto, con il solo permesso di soggiorno rilasciato dall’Italia, non possono entrare in Tunisia. Saranno costretti, come novelli Tom Hanks in “The Terminal”, a vivere due giorni in quella terra di nessuno che è l’area transito. Che nell’aeroporto di Tunisi non è proprio come al JFK.

Per noi, dopo venti minuti di confusione, arriva la sentenza definitiva. Notte e pranzo in albergo a Tunisi, nel pomeriggio ritorno in aeroporto e volo per Algeri da dove, in serata, partiremo per Dakar.

Siamo in dodici, 7 italiani e 5 senegalesi.

Io, Patrizia, Alessandra e quelli che diventeranno non solo i compagni di sventura ma i nostri amici di quello che sarà un “viaggio nel viaggio”: due ragazzi di Pescara che gireranno il Senegal per un mese, due signori della provincia di Viterbo che devono raggiungere una località della Casamance dove la loro associazione ha finanziato una scuola elementare e 5 ragazzi senegalesi tra cui in particolare ricorderemo sempre i tre che molto ci hanno aiutato e tantissimo ci hanno dato della cultura senegalese nelle lunghe chiacchierate.

I tre che molto affettuosamente abbiamo soprannominato:

–          Il dolce e buono: il senegalese che parla bergamasco stretto e che ha la faccia ed i gesti del buono, sempre calmo e con il sorriso sulla faccia;

–          Il filosofo: il senegalese di Ortona che ci ha ricordato che esiste un concetto di felicità e ricchezza che la nostra cultura ed il nostro “mondo occidentale” hanno oramai declassato ad elemento negativo da cui fuggire alla ricerca di una felicità ed una ricchezza che troppo spesso sono tali solo in apparenza;

–          Il rivoluzionario: il senegalese con i capelli rasta che parla milanese e che è un vulcano in piena attività. Sempre pronto a far valere i propri e l’altrui diritti di uomo di fronte alle ingiustizie ed ai pregiudizi. Separato da un’italiana e con un bimbo di sei anni di cui è orgoglioso ed innamorato e che sta tornando a casa per prendere e portare in Italia la moglie che ha sposato 9 mesi fa per procura. E come dargli torto quando dice che nessun rimborso lo potrà ripagare di una sera passata da solo in albergo invece che con la moglie ancora nuova!

È con loro che bighelloneremo un intero giorno nella hall dell’albergo a Tunisi ed all’aeroporto di Algeri.

È grazie a loro che inizieremo a conoscere il Senegal e la sua gente, i loro stili di vita, i loro sogni e le loro ambizioni in un continuo parallelismo tra le due culture e società, passando dall’arte culinaria alla politica.

A proposito di politica. Il 25 Marzo ci sarà il ballottaggio per le presidenziali, notizia dimenticata da tutti i nostri media, molto solerti nel tenerci informati sugli amori dentro la casa del “Grande fratello” o sui perizomi dell’”isola dei famosi”, poco nel parlarci delle elezioni di una delle democrazie del continente africano. È da loro che abbiamo appreso non solo i retroscena della vita politica ma anche e soprattutto il fervore e l’attivismo con cui è vissuto questo momento, la partecipazione e l’interesse del popolo verso un atto che influenzerà il loro futuro. Come avremo modo di appurare durante il viaggio tutti ne discutono. Per strada, nei mercati, sul traghetto, ovunque ci sia un capannello di persone.

È con loro che, con 25 ore di ritardo, arriviamo a Dakar e possiamo poggiare il piede sull’agognato suolo senegalese.

Qui ci attendono le persone che ci accompagneranno durante il viaggio.

Facciamo così la conoscenza di quelli che non saranno solo la nostra guida ed il nostro autista, ma diventeranno altri tre turisti in viaggio con noi.

Pierre, la guida locale che parla molto bene l’italiano imparato da autodidatta, che dopo qualche giorno definiremo affettuosamente il “saggio”.

Serio, efficiente, integerrimo, educato, cordiale e rispettosissimo delle norme sul lavoro. Tanto da rimanere vestito e seduto in modo marziale in qualsiasi occasione, nonostante i nostri inviti a lasciarsi andare e godersi in libertà insieme a noi i bei momenti di relax.

Accanito cultore del magiare sano, della pulizia personale e delle proprietà benefiche dello sport. Non beve, non fuma, mangia solo cibi sani e fa jogging quasi tutte le mattine prima di venirci a prendere presentandosi sempre fresco, riposato ed ordinato. E come dargli torto visto che a 41 anni ne dimostra dieci di meno, non ha nemmeno una ruga, mai le occhiaie o gli occhi stanchi, Patrizia, sempre bianca come un cadavere, lo invidia da morire!!!!

Ben più cattolico di tanti italiani che tali si professano, è alla ricerca di una moglie che deve essere esclusivamente senegalese, per poter condividere la loro cultura, ma anche rispondere a tanti di quei principi di rettitudine morale che una volta insieme potranno rappresentare benissimo i nuovi Giuseppe e Maria del ventunesimo secolo. Chissà che non abbiamo conosciuto il padre (spero per lui senza intervento dell’arcangelo Gabriele) del Gesù nero dall’isola di Fadiouth!?!?!?!?!

Mamadou, l’autista che purtroppo, per chi come me ha leticato con le lingue straniere fin da piccolo, non parla italiano e che definiremo allegramente lo “sciupa femmine” o per dirla alla senegalese “lo sciupa gazzelle”.

Anche lui serio, cordiale, educato, puntualissimo e impegnato a fare al meglio il proprio lavoro. Anche quando ciò implica rimanere sul pulmino a fare da cane da guardia alle valigie per l’intera giornata, mentre noi ce la spassiamo a giro per la sua terra.

Anche lui sempre ordinato e curato nella persona.

Ma a differenza di Pierre dopo qualche giorno Alessandra è riuscita a forare la corazza del rispetto,  ed istigarlo a battute sulla sua inguaribile attrazione per le donne.

Infatti, da buon musulmano, sta cercando la seconda moglie e a differenza di Pierre che non volterebbe mai la testa per guardare un fondoschiena, Mamadou non esita a valutare al volo ogni soggetto femminile nonché, laddove possibile, ad attaccare discorso con quelle che passano l’esame e che sono anche state invitate a bordo con la scusa di un passaggio. Tanto siamo di strada. Un vero “vitellone riminese”.

Mirella, la referente della CPS, bitontina in terra d’Africa alle prese con la sua prima esperienza da guida, che con nostra grandissima sorpresa ci accompagnerà per tutto il viaggio. Chissà perche pensavamo che dopo i saluti di accoglienza ci avrebbe lasciato.

Questo è stato l’elemento che ha segnato la svolta da interessante viaggio con accompagnatore a spassosissima vacanza con gli amici.

A partire dal primo impatto quando un’allegra Mirella, pensierosa per il timore di vederci sbarcare arrabbiati neri (senza riferimenti razziali) ed inferociti come iene affamate per la disavventura del viaggio, ci ha accolto con entusiasmo. Timore subito spazzato via dal trovarsi di fronte tre turisti che nonostante tutto parlano con piacere ed in termini positivi dell’odissea appena vissuta.

Come per Pierre e Mamadou,  è doveroso segnalare la serietà e l’efficienza nello svolgimento del proprio lavoro, la forza e la sicurezza nella gestione dei referenti locali e, come ha avuto modo di dimostrare, la capacità di saper gestire anche gli imprevisti, ma soprattutto, e penso di poter parlare anche a nome di Alessandra, voglio sottolineare come sia riuscita a creare quel feeling che ce l’ha fatta vedere fin da subito come la quarta amica in viaggio.

Domenica 11 marzo

 

Fatta la conoscenza di Mirella, Pierre e Mamadou ci dirigiamo verso l’hotel per qualche ora di meritato riposo. La prima notte, o quantomeno la porzione di notte vista l’ora a cui siamo arrivati, ci ha fatto conoscere subito quella che sarà un costante delle future notti. Ed un incubo. Il megafono e l’altoparlante. Apparecchi utilissimi ed anche innocui,  fino a quando non vengono attaccati alla moschea per diffondere senza sosta fino al mattino le nenie del muezzin ad un volume tale da far vergognare anche i dj dei rave party.

Ci siamo alzati con più sonno di quando ci siamo stesi ma in compenso abbiamo imparato, non le parole perché è impossibile, ma il motivetto sparato nell’etere con ripetitività ossessiva.

Colazione con latte, caffè, succo, marmellate, burro e pane. Un pane buonissimo. Solo questo vale un viaggio in Senegal.

Finita la colazione, incontro con il cambiavalute, un ragazzo in versione rapper newyorkese che ci applica il cambio ufficiale senza commissioni, primo acquisto di bottiglie d’acqua e poi via in direzione Sokone, la nostra prima meta. Doveva essere la seconda,  ma grazie alla compagnia aerea tunisina la riserva di Popenguine e’ saltata e dovremo tornare a vederla, magari in futuro viaggio in Senegal.

Per quel poco che vediamo durante l’attraversamento per raggiungere la nostra destinazione, Dakar, al pari di tante capitali di paesi in via di sviluppo, ci appare con tutte le contraddizioni che nascono dal tentativo, spesso forzato nei tempi e guidato da governanti/imprenditori senza scrupoli, di raggiungere i modelli di vita “occidentali”, fondendo abitudini e stili occidentali con le culture locali.

E così troviamo il nostro traffico che scorre su strade sterrate, lussuosi Suv che si confondono in un mare di vecchissime auto oramai snaturate da infinite riparazioni, i nostri supermercati e negozi alla moda in vie dove persiste il commercio fatto in capannine o su banchetti lungo i marciapiedi, palazzi e condomini in quartieri in cui la vita è ancora trascorsa all’aperto per strada, benestanti impiegati in giacca che “ce l’hanno fatta” che spiccano sulla massa di coloro che in città non hanno trovato il paradiso sperato.

Ma quello che più ci colpisce non è tanto Dakar quanto l’uscirne fuori. Sarà per l’oramai familiarità con il nome Senegal dovuta a decenni di immigrazione, sarà per le notizie che illustrano questa come una nazione molto all’avanguardia nel panorama africano, fatto sta che non ci immaginavamo di trovare a pochi chilometri dalla periferia quella che “poeticamente e purtroppo colonialmente parlando” può essere definita la vera Africa. L’Africa degli spazi immensi, dei piccoli villaggi talvolta di capanne, degli animali che pascolano liberamente lungo la strada e tra le case, delle coloratissime bancarelle e degli anacronistici negozietti, delle persone ancora abbigliate con i vestiti tradizionali, dei carretti e dei tantissimi bimbi che giocano sereni con il “nulla”.

Ho premesso un “purtroppo colonialmente parlando” perché nel momento stesso in cui assaporo con piacere tutto ciò,  non posso fare a meno di pensare che troppo spesso questa è la visione che noi vogliamo mantenere, con l’imposizione, di un mondo e di un popolo che ha tutto il diritto, laddove lo voglia, di ambire a divenire come siamo riusciti a diventare noi.

Anche se i prossimi giorni ci faranno riflettere molto sul significato della parola “benessere”. Non tanto di quello materiale, l’acqua e la corrente elettrica in casa sono un’indiscutibile comodità, quanto di quello dell’anima. Quel benessere che stando seduti davanti alla propria capanna di paglia, con accanto il carretto, il mulo e due galline,  ti fa sorridere alla vita come molti di noi non sono più capaci di fare.

Prima dell’ora di pranzo arriviamo a Sokone e veniamo portati a fare la conoscenza dei rappresentanti del GIE Touris Jokkoo-Sokone in quella che possiamo definire la loro sede sociale. Due stanzoni in muratura all’interno dei quali ci sediamo per terra in circolo.

È questo il primo contatto con le donne e gli uomini che per due giorni ci faranno vivere la loro realtà ed i loro progetti, con le famiglie che ci ospiteranno.

Ed è la prima di tante volte in cui ci troveremo a constatare la forza incredibile delle donne.

Per prima cosa facciamo la presentazione personale a turno. Ognuno di noi, rivolgendosi a tutti i presenti dice chi e’ e cosa fa, in pratica, come in un bocconiano corso di aggiornamento, una sorta di “giro di tavolo” se non fosse che in Senegal, come impareremo a nostre spese, i tavoli sono più rari dell’oro.

Benché conosciuto,  uno degli aspetti che colpisce ed incuriosisce di più è la poligamia. Scopriamo così che tra prime, seconde, terze e quarte mogli una delle nostre ospiti condivide il marito con altre trentuno. Benché la legge permetta di avere fino a quattro mogli non è raro, nelle zone rurali o nel caso di uomini benestanti, (per esempio i capi religiosi, i marabut) che venga superato questo numero.

Da maschietto è spontaneo in questo frangente immaginarsi al centro di un tale harem, sedotto dall’aspetto “ludico” di tanta abbondanza, che comunque già di per sé rappresenta una bella faticata a rischio debacle, ma i calcoli economici ed ancora di più l’idea della gestione delle risse, inevitabile in un covo di vipere che sarebbero 32 italiche mogli, fanno apprezzare la cristiana imposizione di un solo cappio al collo.

Così conosciamo:

Asdou la presidentessa del GIE che ospiterà in casa  Alessandra e Mirella. Una donna dal cui volto e sorriso si sprigionano una forza immensa ed un’allegria contagiosa.

Sokna (1), il numero l’ho aggiunto io per distinguerla dall’altra Sokna del gruppo. Lei è l’ostetrica del villaggio presso il locale ospedale ed ospiterà me e Patrizia. Prima di due mogli con il marito emigrato a Napoli dove lavora come marinaio.

_____,(purtroppo tutti i nomi non li ricordiamo, sono complicati), quarta delle trentadue mogli di un Marabou, importantissima e predominante figura di capo spirituale nella religione islamica, a cui è permesso prendere in sposa/e un numero così elevato di donne. Una bella donna non solo fisicamente per i tratti somatici ma anche e soprattutto per il portamento, la gestualità, l’abbigliamento raffinato, che la rendono di una bellezza principesca, regale.

Sokna (2) la più piccola anagraficamente e fisicamente parlando. Trentotto anni, due figli avuti fuori dal matrimonio, alla ricerca di un marito, responsabile del settore turismo del GIE. Caratterialmente la più pacata, la meno esuberante, a prima vista sembra quasi sfigurare accanto alle altre donne più mature ed espansive. Al contrario si rivelerà non solo brava nel proprio lavoro, ci accompagnerà sempre, ma anche simpatica, intelligente e sobriamente allegra. Anche se in questa allegria molto spesso farà capolino la tristezza, il rimpianto, la preoccupazione per la sua situazione di ragazza madre che non riesce a trovare un uomo. Che strano, è pure carina. Almeno per i canoni europei.

______ la dinamite fatta persona, esplosiva e roboante. Dopo le presentazioni ha detto di doverci lasciare per andare al matrimonio di una sua figlia che si terrà tra circa mezz’ora. Il tutto con sonore risate e una tranquillità per noi sorprendente. In Italia la madre della sposa, a mezz’ora dal matrimonio, non solo se ne frega di andare a conoscere tre curiosi che piombano in città da tremila chilometri di distanza,  ma è in uno stato di nevrotica tensione, tenuta a freno in attesa della lacrima prorompente e liberatoria nel momento del “si”, che la costringe a presidiare e controllare casa, chiesa, ristorante e percorso con l’attenzione e lo scrupolo di un agente dei servizi segreti.

Omar, il direttore del centro disabili, che non ha l’uso delle gambe a causa della poliomelite, ma che in barba a questa sua condizione,  sprigiona una forza ed una vitalità invidiabili che non gli impediscono di fare quasi nulla. Le sue braccia sono diventate le sue gambe e ci accompagnerà salendo sul carretto, sul pulmino, partecipando agli incontri, facendoci da guida, come una qualsiasi persona perfettamente sana.

Bas  altro responsabile del centro, un omone paffuto e sempre col sorriso sulle labbra, insegnante elementare, ci racconta che da novembre scorso, in pratica da quasi l’inizio dell’anno scolastico, lui e gli altri insegnanti in Senegal sono in sciopero perché una gran parte di loro, quelli più giovani di età, sono sottopagati. Così, come vedremo nei prossimi giorni andando in giro, gli studenti di tutte le età, partono prestissimo la mattina, facendosi a piedi anche 2-3 ore di cammino, per presentarsi e scuola e scoprire solo sul momento che qualcuno o tutti gli insegnanti sono in sciopero anche per quel giorno. Così ai poveri ragazzi non resta che tornarsene a casa rifacendo all’indietro il lungo e faticoso percorso a piedi, oppure fare solo qualche ora di lezione. Ci dicono che andando avanti così, visto che ormai siamo già in marzo, tutti gli studenti quest’anno rischiamo di essere bocciati a causa degli scioperi.

Chissà come reagirebbe la Gelmini di fronte anche alla sola ipotesi di scuole che serrano le porte per quasi un anno intero. Accuserebbe tutti gli insegnanti di insurrezionalismo, di essere dei rivoluzionari, di cospirare contro la costituzione e li caccerebbe tutti dentro il tunnel che dal Gran Sasso porta dritti al di là delle Alpi alla velocità della luce, anzi di più.

Finita la presentazione personale e delle attività del GIE siamo giunti al momento del primo pranzo in stile senegalese. A questo punto sento di dovermi soffermare su un aspetto che può passare inosservato a chi, leggendo libri o brochures delle agenzie di viaggio, intende informarsi, prima della partenza per un viaggio in questa terra, sulla cucina del luogo. E lo faccio perché nei prossimi giorni assumerà toni comici.

In Senegal, per mangiare, non esistono tavolini e neppure sedie. O meglio, mi sa che proprio non vengono usati un granché considerato che anche nei giorni futuri li troveremo molto di rado.

Conseguentemente per pranzare viene steso un grosso lenzuolone per terra, su cui sedersi, ed una tovaglia su cui verranno messi i piatti. Pittoresco, etnico, aggregante, semplice e naturale ma anche tanto, dopo due giorni,  tanto tanto e dopo tre giorni,  tre volte tanto doloroso.

Già a metà di questo primo pranzo, dopo aver lottato con la fisica umana nel tentativo di trovare una posizione comoda, iniziamo ad avvertire la comparsa di lividi in zona glutei che ci fanno spostare il peso da una chiappa all’altra costringendoci ad una mangiata ondulatoria stile ninna nanna.

Non pensavo fosse possibile ma il cemento senegalese mi ha fatto riabilitare il tatami giapponese. Altro paese nel quale ho messo a dura prova le articolazioni per riuscire a mangiare con quei tavolini altri venti centimetri da terra.

A parte questo ostacolo il giudizio che do del pranzo si riassume con due parole: buonissimo e bello.

Nella cultura senegalese, al pari di tante altre, ma diversamente da quelle “occidentali”, i pasti si consumano attingendo con le mani dallo stesso vassoio attorno al quale siamo seduti. Altra caratteristica è quella di non servire bibite durante il pasto, quindi come si dice in alcune zone d’Italia “si mura a secco”. Vengono usate solamente alla fine ma quando, oltre all’acqua, assaggiamo il succo del frutto di Baobab ed il Bissap, da soli o miscelati insieme, tale attesa è veramente ben ripagata. Sono favolosi. Impossibile non fare il bis, il tris ed anche di più, gli sfacciati che si finiscono la bottiglia.

Il piatto tipico, fondamento della cucina, è il cus-cus, di carne o pesce o verdure o misto, ma sempre e comunque buonissimo.

Dopo il pranzo è prevista la visita al Baobab sacro di Bambougar. Ci arriveremo in carretto, il mezzo di locomozione più utilizzato dalla gente del posto. Come possiamo vedere durante il tragitto ce ne sono di due tipi, quello di lusso versione sportiva trainato dal cavallo e quello povero versione utilitaria trainato dal mulo.

Con noi oltre a Sokna (2), Pierre eOmar,  viene anche Justine una ragazza francese che studia scienze infermieristiche e che passerà un anno a Sokone lavorando nell’ospedale di Sokna (1) e che in questi giorni, nei momenti liberi, farà parte del nostro gruppo. Con Patrizia proviamo un po’ di invidia per la bellissima esperienza che vivrà e gli auguriamo tanta fortuna nel proprio lavoro. Con la gentilezza e la dolcezza che dimostra siamo sicuri sarà una bravissima infermiera.

Il Baobab sacro è un esemplare molto grosso che per l’età ha iniziato il processo naturale che porta talvolta il tronco di queste piante ad aprirsi e dividersi. È infatti possibile entrare dentro il tronco del Baobab come in una piccola stanza circolare senza il soffitto. È quello il luogo in cui vengono svolti i riti. Oggi noi non vi troviamo nessun santone, sciamano o eremita ma solo un grosso varano appisolato e forse anche un po’ scocciato dell’intrusione. I baobab sono caratteristici di questo territorio tra deserto e savana, adatti a resistere alle alte temperature   e alla scarsità dell’acqua, e ne vedremo di boschi interi nei prossimi giorni;   del baobab, come da noi si dice per il maiale, i senegalesi non buttano via nulla. Utilizzano il frutto per fare un succo, il tronco e i rami per fare cesti o con il legno, i tetti delle case.  Inoltre, poiche’ puo’ vivere centinaia di anni, e’ spesso considerato sacro e diventa luogo dei riti dei religiosi dei villaggi.

Al ritorno al villaggio ci dividiamo nelle case per una lavata e per preparaci alla cena. Alessandra e Mirella dormiranno da Asdou mentre io e Patrizia da Sokna (1). La casa è molto grande, con un ingresso enorme, tante stanze arredate con il minimo indispensabile, in alcuni casi completamente spoglie, una sala con tv e naturalmente nessun tavolino e sedie. Noi dormiremo nella stanza da letto di Sokna. Ci ha ceduto il suo letto. Lo capiremo l’indomani mattina quando verrà per cercare nell’armadio,  il vestito e gli attrezzi per andare a lavoro. Attrezzi che dimostrano più di ogni altra cosa quanto qui ci sia bisogno  di aiuto, sostegno economico e di mezzi. Nella scatolina che ha preso ci sono delle pinze e dei lacci che da noi si vedono solo nelle teche dei musei di storia della medicina. Considerando che Sokna è ostetrica, pensando anche ai presidi che ho a disposizioni in ambulanza per fronteggiare i casi di parti prima dell’arrivo in ospedale, non posso non riflettere sulla difficoltà che deve incontrare nel suo operare giornaliero.

Per prima cosa andiamo a darci una lavata. Anche il bagno, al pari di tutto il resto, è limitato al minimo indispensabile, turca, acqua a temperatura ambiente e pentolino. Anche questo però ci ricorda come sia possibile vivere con poco e quindi di quanto superfluo abbiamo nei nostri appartamenti. Non che noi si debba tornare a questi livelli ma sicuramente non sarebbe male incontrarsi a metà strada. Con qualche risorsa in meno noi ritroveremmo il senso della vita e con qualche risorsa in più loro potrebbero alleviare tanti disagi e sofferenze. Soprattutto ci rendiamo conto di quanta acqua, risorsa indispensabile alla vita e qui così carente e percio’ tanto preziosa, noi invece diamo per scontata e sprechiamo in maniera vergognosa.

Breve attesa davanti alla tv insieme ad alcuni bimbi e poi cena. Sokna, che mangia con noi, ha fatto preparare il cus-cus di miglio. Piatto prelibato, tipico senegalese,  che non delude le aspettative. E meno male perché sarebbe stata dura rispondere no alle sollecitazioni di Sokna che ci sprona con continui “il faut manger”. Ma ci ha visti che in due pesiamo per uno? Ma i senegalesi sono così, un po’ come da noi nei paesi del sud. L’ospite deve mangiare come un tacchino nelle settimane prima della festa del ringraziamento. E così, pur con la difficoltà dell’ingerire cibo in uno stomaco accartocciato su se stesso per la posizione, ci abbuffiamo di cus-cus. E di quel pane buonissimo che ricorderemo sempre volentieri.

Altra cosa buonissima e che è quasi onnipresente sono le cipolle. Sono degli accaniti ed insaziabili consumatori di cipolle che riescono a cucinare in modo che non solo ti mettono l’acquolina in bocca ma non danno nessun effetto “ritorno” durante la digestione.

Sono passate un paio di ore da quando siamo a casa di Sokna e iniziamo a capire cosa voleva dire Mirella quando ci ha detto di non preoccuparci per il numero di persone che avremmo visto entrare ed uscire. Non solo Sokna ospita parenti e nipoti vari,  dando loro sostegno economico per andare a scuola,  ma la sua casa è aperta proprio a tutti. Non passa minuto senza che entri qualcuno, chieda di qualcun altro e riesca nel mentre altre persone entrano e spariscono in una delle tante stanze. Una via di mezzo tra un porto ed un caravanserraglio. Ma senza confusione e caos. Tutti sono educati, tranquilli e sereni e prima di andare via ci salutano sorridenti e si presentano.

Giusto il tempo di finire l’ultimo bicchiere di bissap ed ecco, puntualissimo il pulmino con Mamadou ed il resto della compagnia. Il dopocena prevede lettura delle conchiglie e tatuaggi con l’henné. Il tutto si terrà all’interno del complesso che ospita il centro per disabili e la scuola di sartoria, più precisamente nel patio, ventilato e  semi-illuminato, in una calda notte africana. Che sfogo starsene in maglietta a manica corta e ciabatte pensando che solo due giorni fa indossavamo maglioni e piumini!

Al centro ci accoglie Omar che sarà anche colui che farà la lettura delle conchiglie. Divinazione e predizione a cui si offrono volontarie Alessandra, Patrizia, Mirella e Justine. Io per non tradire la mia condizione di ateo miscredente che non crede a nulla che non possa vedere e toccare, passo la mano, preferendo gustarmi il tè che è stato preparato. Il tè senegalese, servito in piccoli bicchierini di vetro ad una temperatura da altoforno è, per rispetto all’amore che hanno per il dolce pro-diabetico, molto più di tanto zuccherato. Un po’ per lo zucchero un po’ per la preparazione quando viene versato nei bicchierini forma una densa schiuma che lo rende simile ad un buon boccale di Guinnes. E talvolta, come questa sera, viene servito con dentro un confetto simile alle nostre pastiglie Valda.

Dopo la lettura delle conchiglie Patrizia ed Alessandra si offrono volontarie anche per il tatuaggio con l’henné. Caviglia per Patrizia e dorso della mano per Alessandra. Una volta applicato il fango l’artista e l’aiutante incartano ben benino gli arti con l’immancabile sacchetto di plastica nera, e consigliano di apporre sopra anche una calza che tenga tutto ben fermo durante la notte. Come saranno belle domani mattina quando scarteranno il saccoccio! Nel frattempo ce ne torniamo verso i rispettivi alloggi con due feriti bendati alla meglio.

Una volta in camera decidiamo di non utilizzare la zanzariera che copre il letto come un velo di un  baldacchino. Non vediamo l’ora di stenderci e non vogliamo perdere tempo a studiare il meccanismo di montaggio. E poi per ora non abbiamo visto neppure una zanzara. Nel corso di tutto il viaggio ne conteremo cinque o sei e solo una notte Patrizia prenderà un paio di punture. Semmai quello che inizia ad infastidirci in questo momento è la temperatura, ma non in quanto tale, anzi, è una goduria poter dormire in maglietta e mutande pur non avendo i vetri alla finestra, anzi non avendo proprio la finestra visto che come in quasi tutte le case c’è solo il buco nel muro con persiana di metallo esterna, ma per la consapevolezza di quanti chili di vestiti inutili ci siamo portati dietro sulla base di quell’apparentemente utile e-mail dell’agenzia viaggi in cui ci è stato consigliato l’abbigliamento più idoneo.

Felpa, pile, calze lunghe, scarpe chiuse, giubbotto, etc. etc etc.

Io, persona notoriamente freddolosa, geneticamente programmato per vivere alle alte temperature, avanguardia di una progenie di esseri progettati per il mondo post effetto serra, dichiaro che in Senegal in questo periodo fa caldo. Quel caldo per cui servono magliette a manica corta e ciabatte. Utile solo una felpa di cotone, ma quasi più per effetto placebo che non per le possibilità di essere indossata, ridotte a una forse due situazioni. O per ripararsi dai raggi del sole.

Anche questa notte corso intensivo di preghiere musulmane. Muezzin e privati cittadini in possesso di altrettanti temuti altoparlanti ci hanno cullato con richiami e salmi.

Lunedì 12 marzo

 

Fatta la doccia viene alla luce il capolavoro all’Henné che dopo una notte è pronto a mostrarsi in tutto il suo splendore. Una magnifica macchia giallo/ocra sul bordo esterno della caviglia molto più in linea con un trauma da distorsione o urto che non con l’opera di un artista. Ripensando agli anni passati sui campi di gioco non ricordo di essermi mai procurato niente di così vistoso. Neppure dopo i più tremendi e dolorosi contrasti con i tacchetti avversari.

Fortunatamente in Italia è freddo e portiamo ancora calze e scarpe chiuse. Ma Alessandra? Anche il suo disegno sulla mano si sarà sciolto in un’unica macchia informe? Come avremo modo di appurare la risposta è si. Anche la sua mano ha assunto quel quasi omogeneo colorino che diventerà motivo di tantissime risate pensando alla sessione di laurea che l’aspetta al rientro, durante la quale dovrà stringere mani ai laureandi ed ai Prof. Dott. Cav. Grand …… dei baroni universitari. Non conteremo più i suggerimenti sulle soluzioni per coprire, mascherare o giustificare quel colorino che fa tanto malattia contagiosa  al rientro da un viaggio in Africa.

Va finire che a Fiumicino tratterranno le due lebbrose in quarantena!

Dopo la delusione henné ci aspetta il duro pavimento per la colazione con Sokna. Caffè, latte in polvere, pane, un grassissimo burro simil margarina, il cous-cous avanzato da ieri sera e “il faut manger, il faut manger senegalais”. Ma dove la trova tutta questa forza di ridere e mangiare tutto ciò appena alzati?????

Dopo la colazione, sempre puntualissimi, ecco arrivare Pierre e Mamadou. Prima tappa la visita al collettivo agricoltori di Bogaif che grazie al sostegno della CPS ed all’aggregazione in piccola “cooperativa” cerca di diminuire i costi con approvvigionamenti di sementi in maggiori quantità, in modo da permettere un maggior utile che sarà investito in acquisti di fertilizzanti, per una maggiore resa, e di cavalli per il traino dei carretti. Visitiamo il loro magazzino dove ogni componente può tenere i sacchi con il raccolto e le sementi per l’anno nuovo e il marito ed il figlio di Asdou che ci illustrano la loro struttura, gli sforzi, i progetti e le aspettative dei contadini.

La seconda tappa è la visita ad Armando, il raccoglitore di vino di palma. Intorno ai sessanta anni, un metro e sessanta, cinquanta chili, rughe in abbondanza,  ma ancora la forza di arrampicarsi tutti i giorni sulle sue palme per andare a raccogliere il liquido che nel giro di ventiquattro ore, fermentando, diventerà moderatamente alcolico. Sale fino ai rami, incide il legno e ci infila un imbuto, fatto con le foglie, che termina nelle bottiglie di plastica che lega sospese. Il giorno dopo risale, prende le bottiglie piene e ripete l’operazione. Riesce a produrre, in base al periodo dell’anno, circa 10 bottiglie al giorno che vende ai cattolici visto il divieto per i musulmani di bere alcol, a circa 300 FCA all’una, insufficienti a garantire la sussistenza, per cui è costretto a integrare il reddito con altri lavoretti ed un po’ di coltivazione. Nonostante questo è riuscito a far studiare tre figli.

Armando prova ad insegnare ad Alessandra a costruire l’imbuto arrotolando le foglie di palma e fa provare a me la salita sulla palma. Con qualche altra ripetizione potremmo mettere su una bella attività. Ma siamo in ferie e quindi lasciamo l’intraprendenza imprenditoriale a vantaggio di una bella bevuta del nettare di palma e di una sniffata del tabacco di Armando. Buonissima la prima, chi ce lo ha fatto fare la seconda! Cinque minuti di bruciore intenso alle narici ma soprattutto cinque minuti di starnuti a ripetizione e lacrimoni da mezzo litro l’uno. E così quando lasciamo Armando, portandoci una bottiglia che faremo fermentare e ci scoleremo domani al mare per una sonora sbronza, abbiamo ancora il fazzoletto in mano per asciugare le lacrime dovute all’uso di un tabacco con il bollino antidoping, ma anche per il saluto ad una persona semplice che ha vissuto comunque serena a stretto contatto con la natura nel suo piccolo appezzamento di terreno.

A questo punto ce ne ritorniamo a Sokone, al ristorante gestito dal GIE Touris Jokko-Sokone dove pranzeremo, ma prima  abbiamo un po’ di tempo libero e decidiamo quindi di farci una bella passeggiata per le vie del villaggio. Cercando di prendere punti di riferimento ad ogni angolo, sarebbe veramente umiliante perderci, facciamo una bella camminata per quelle strade, tutte sterrate e coperte da uno spesso strato di sabbia o polvere. Girovagando andiamo a finire all’interno di un piccolo mercato con i suoi viottoli, le bancarelle, con i venditori di pesce dall’occhio un po’ opaco esposto su banchi di cemento, di verdure o di spezie esposte su tovaglie stese per terra, con i suoi variopinti negozietti, di oggetti per la casa ma soprattutto di stoffe e sartoria. In Senegal è ancora poco diffuso il pret-a-porter e quindi gli abiti sono ancora cuciti su misura dai sarti (qui e’ un lavoro tipicamente maschile),   a cui le persone portano le stoffe da far cucire. È tutto un susseguirsi di piccoli vani, come una sequenza di mini garage, ingombri di stoffe e macchine da cucire a pedale, del tipo delle vecchie Singer che usavano le nostre nonne, vani spesso talmente piccoli che buona parte delle lavorazioni avviene all’esterno davanti al locale. Durante la passeggiata, un po’ per ritardare il rientro senza allontanarsi troppo, un po’ per riposarsi dal caldo e godersi il momento, ci mettiamo a sedere all’ombra di un magnifico ed imponente cedro. Neppure il tempo di riuscire a trovare quei dieci centimetri quadrati di gluteo non ancora illividito su cui appoggiare il peso ed ecco che un ragazzo ci viene a suggerire di toglierci da lì sotto. Non è sicuro. Appena il giorno prima il vento ha fatto cadere un grosso ramo che ora giace a terra lì accanto. Probabilmente colto da compassione ci invita ad andare a sedere sul gradino di fronte al suo mini-market, l’unico che abbiamo visto in stile simil-europeo. Una copia ridottissima nelle dimensioni e quantità di merce di un nostro discount, con tanto di file di scaffali e prodotti esposti in ordine e suddivisi per tipologia. Vende pure quella che insieme alla coca-cola è il prodotto più global che ha invaso il mondo: la Nutella. La tentazione è forte ma ci siamo ripromessi di mangiare solo cibo locale e quindi ci chiudiamo gli occhi.

Seduti sul quel gradino osserviamo quindici minuti di tranquilla vita di paese. Donne che nei loro abiti colorati portano, con facilità incredibile, rimanendo sempre erette, pesanti  vassoi, conche e catini sulla testa, carretti trainati da muli o spinti a mano che trasportano persone o materiale edile o agricolo, bimbi che giocano a pallone.

In Senegal è molto praticato lo sport ed uno dei più amati è il calcio. Ovunque ci sono campi di calcio improvvisati, talvolta delimitati da vecchi pneumatici, sempre e comunque di terra o sabbia, in cui giocano gruppi di bimbi e ragazzi vestiti nei modi più disparati. Chi con le maglie dei grandi club europei e chi con logore magliette stinte dal sole, chi con i pantaloncini e chi con i pantaloni lunghi, chi con logore scarpe da ginnastica se non addirittura da calcio, chi con le ciabatte, chi scalzo. Il bello è che pure le squadre di un certo livello dei vari campionati nazionali si allenano in condizioni simili. Come non fare il paragone non solo con i nostri blasonati giocatori delle squadre di serie A, più star del jet-set che atleti, ma anche con i nostri ragazzi che prima di andare agli allenamenti della squadretta parrocchiale o della pro-loco curano più l’abbigliamento e la pettinatura che non gli schemi di gioco.

L’altra differenza che balza agli occhi è che qui si divertono e ridono. Sono bimbi che giocano. Non future macchine da soldi che devono imparare l’odio agonistico ed il piacere della supremazia sull’altro a tutti i costi.

Ora di pranzo. Oggi siamo comodamente seduti su sedie, con un tavolino sotto cui mettere le ginocchia. Che lusso! E che pranzo. Anche in questa occasione complimenti alla cuoca.

Dopo il pranzo torniamo sul luogo in cui Patrizia e Alessandra hanno contratto le macchie giallo/ocra ma questa volta l’obbiettivo è di visitare il centro per disabili guidato da Omar per conoscere le attività svolte.

Qui, utilizzando vecchi computer ed una linea internet disponibile, al pari della corrente elettrica, in base alle disponibilità economiche per pagare abbonamento e bollette,  viene insegnata l’informatica ai ragazzi con disabilità nel tentativo di dare loro una prospettiva di impiego a dispetto di quella loro condizione fisica che li emargina da molti lavori. Lo  Stato senegalese infatti non assicura alcun assegno di invalidità a queste persone!

Vengono tenuti corsi per l’alfabetizzazione degli adulti, soprattutto donne.

Viene insegnato un mestiere con i corsi di cucito.

Ed è qui che conosciamo il rasta capo-sarto che farà il filo ad Alessandra con la quale entra subito, da parte sua, in una confidenza speciale. Oggi sarà lei la sua allieva.

In attesa delle ore più fresche per andare a Ndiaffé Ndiaffé, ci concediamo anche un’oretta di pennichella pomeridiana stesi su dei materassini in una fresca stanza del centro. Ad un certo punto si unisce a noi anche Sokna (2), che lavora qui al centro sartoria e che parlando con Alessandra confida di pregare sempre per chiedere di trovare un marito e quindi un padre per i suoi figli. Ancora una volta la prova di come la condizione della donna, difficile anche nel nostro mondo, in tante culture sia ancora più piena di ostacoli e soggiogata al potere maschile.

Ma possibile che non ci sia un uomo senegalese attratto da una ragazza carina, seria, intelligente, sobria ma anche allegra, solo perché ha già due figli e non ha i fianchi larghi?

Ritemprati dalla siesta partiamo per Ndiaffe Ndiaffe dove ci aspetta il locale comitato di donne per lo spettacolo di percussioni calebasse. Al nostro arrivo sono già tutte radunate all’intermo di un cortile recintato. Solo donne e bambini piccolissimi. Tutti gli altri fuori a guardare lo spettacolo attraverso le maglie della rete.

Ci viene riservata un’accoglienza favolosa, respiriamo un clima di sincera allegria, convivialità e voglia di divertirsi. Ad una ad una o a coppie, alternandosi, alcune donne iniziano a ballare al ritmo delle sole percussioni.

È una danza fatta di puro ritmo, semplice ma intensa, che unisce armonia e fisicità, che nasce direttamente dentro la persona, che sembra quasi arrivare  dalla terra e che solo i popoli africani riescono ad esprimere al meglio con quella naturalezza che li rende insuperabili.

Ogni donna, alla fine del proprio ballo, lancia un foulard ad una delle persone sedute in segno di invito a partecipare, di richiamo a procedere nella danza ed è così, inevitabilmente colpiti dal foulard birichino, che ci troviamo al centro dell’attenzione a danzare con loro e per loro.

Sembra di essere finiti dentro un documentario della National Geographic.

Quelle immagini che fino ad oggi avevamo visto solo in televisione , il tripudio dei colori degli abiti delle donne, la loro bellezza, le loro risate vigorose e contagiose, le loro schiene dritte nonostante anni di duro lavoro e fatiche, la loro fierezza e l’orgoglio nel mostrarsi e confrontarsi con dignità, i nasi “moccicosi” dei bambini più piccoli, i loro grandi occhi neri, il loro giocare con poco divertendosi, il loro vivere senza pianti e bizze, i loro vestiti spesso laceri e polverosi che non ne diminuiscono la bellezza e la simpatia, non solo le stiamo guardando dal vivo ma le stiamo vivendo. Il documentario siamo noi.

Con buona ilarità delle nostre ospiti che non solo se la ridono per il clima felice e intimo che hanno saputo creare ma anche per l’oggettiva nostra imbranataggine, nella cui graduatoria posso dire di aver vinto il primo premio con largo margine su Patrizia, Alessandra, Mirella e Pierre. Perfino un baobab centenario balla meglio di me. Per questo dopo un paio di prestazioni da censurare lascio i bis, i tris e tutto il continuo ai compagni di viaggio nella speranza che riescano a sollevare il punteggio della nostra squadra.

Dopo le perfomances artistiche visitiamo quello che possiamo definire un ambulatorio-pronto soccorso, nella pratica poche stanze quasi spoglie in cui lavora, in caso di bisogno, un dottore che abita in un villaggio vicino. In particolare viene usato per i parti, qui vengono prestate le prime cure a partorienti e neonati, nel tentativo di diminuire i rischi legati all’usanza, ancora presente nelle zone rurali, di partorire  in casa.

Inutile dire che i presidi medici e gli attrezzi sono quasi del tutto inesistenti e nella stanza non si vedono neppure semplici garze, cerotti, disinfettanti o siringhe. Qualsiasi cosa ci sia nei due mobiletti in quella che è la sala parto non è sicuramente nulla secondo i nostri standard. Nulla rispetto a ciò di cui godiamo nei nostri pronto soccorso.

Usciti dall’ambulatorio passeggiamo per il villaggio per andare a vedere il forno in cui le donne tostano gli anacardi. È l’occasione per tuffarsi nel mezzo ai bimbi, anche se è più corretto dire che sono loro a tuffarsi su di noi. Siamo circondati da decine di bimbi di tutte le età che fanno a gara per farsi fare le foto, per attirare la nostra attenzione, per arrivare a darci la mano lottano per poterci stringere anche solo un dito ed accompagnarci. Arriviamo a camminare con dieci bimbi attaccati ad ogni singolo dito delle mani, un groviglio di piedini che si intrecciano, che rimangono indietro e corrono per riconquistare la posizione.

Impossibile resistere alla tentazione di accarezzarli ed abbracciarli tutti tanta è la tenerezza che ispirano.

Quando arriva il momento dei saluti è veramente dura risalire sul pulmino ma siamo felici per l’esperienza fatta.

Ora di cena, ora di gluteo dolorante. Oramai le posizioni antalgiche le abbiamo provate tutte e quindi non rimane che scegliere quale parte sottoporre all’ulteriore supplizio.

Ma possibile che nel corso dei secoli nessuno abbia pensato all’introduzione dell’utilizzo di cuscini in Senegal?

Sono economici, occupano poco spazio, sono facili da fare ed anche belli come arredamento. Perché non avviare un’attività di produzione e vendita? Potrebbe essere una buona idea. Dopo la colonializzazione francese quella del cuscino sicuramente sarebbe più indolore.

Meno male che la bontà della cena e l’accoglienza di Sokna ci ripagano della sofferenza fisica.

Dopo la cena il gruppo si riunisce per andare ad assistere ad un’incontro di lotta tradizionale senegalese. Con Mamadou e Pierre passiamo quindi a prendere Mirella, Alessandra, Justine, Sokna (2) e ci dirigiamo nel luogo dove si tiene una delle gare di un campionato locale inter-villaggi.

Delle corde con teli appesi chiudono alla vista dei non paganti il campo di gara che è un vero e proprio campo. Gli spettatori siedono, tanto per cambiare, sulla nuda terra lungo i bordi del terreno lasciando l’area centrale per il riscaldamento ed i combattimenti degli atleti.

La lotta senegalese è uno sport simile, nel concetto, alla nostra lotta greco-romana. L’obbiettivo è quello di far toccare per terra determinate parti del corpo dell’avversario. Ed è una disciplina che come ci dice Pierre, appassionato di questo sport e questa sera felice come un bambino di fronte al regalo tanto atteso, ha molti tifosi ed è molto seguita come sport nazionale.

Il fascino di questa lotta nasce da vari motivi.

Uno è che rappresenta la prima ed elementare forma di combattimento tra persone, lo scontro fisico corpo a corpo a mani nude e quindi l’esaltazione della forza fisica.

Un altro è il contesto in cui si svolge, di notte alla luce fioca di poche lampade sulla semplice terra senza spazi e strutture appositamente predisposte.

Un altro è l’insieme dei riti propiziatori che accompagnano il riscaldamento e la preparazione degli atleti. Ognuno di loro, seguito da alcuni componenti dello staff, gira continuamente lungo il bordo del terreno di gara compiendo vari rituali, fatti di lavaggi con acque diverse, segni sulla sabbia, inchini e gesti con le braccia che hanno il compito di scacciare la mala sorte e dare la forza per vincere.

Non ultimo il fisico di questi lottatori. Montagne di muscoli che non lasciano dubbi sulla forza di questi ragazzi.

Con mascolina invidia e vergogna non posso fare a meno di accettare e capire gli occhi fuori dalle orbite della parte femminile del gruppo di fronte a spalle, chiappe e cosce che anche Leonardo e Michelangelo avrebbero difficoltà a realizzare.

Che il popolo senegalese abbia naturalmente fisici scolpiti e muscolature prorompenti è visibile in tutti gli uomini ma questi, pur senza i nostri “medici sportivi”, sono dei colossi di Rodi.

Guardando loro e pensando a me che mi guardo davanti allo specchio la domanda spontanea è: ma siamo veramente noi la razza superiore?

Questa sera, evento nell’evento, assistiamo anche alla seconda puntata di quella che ironicamente battezzeremo la love story tra il rasta capo-sarto conosciuto oggi al centro ed Alessandra. Si è presentato alla gara con una borsetta cucita appositamente per lei con, al centro, la scritta Love. Che cavaliere presentarsi con un regalo. Di fronte a tanta galanteria io, Patrizia e Mirella abbiamo, infidamente, lasciato i due piccioncini a parlottare da soli. Alessandra sta ancora piantando spilloni wodoo sulle nostre bamboline per ringraziarci di questa accortezza. Però ha potuto apprendere la cultura rasta in tema di amore. Senza di noi non l’avrebbe mai saputa!

 

Martedi 13 Marzo

Questa mattina è prevista la partenza in piroga per Palmarin.

L’orario varia in base ai flussi delle maree e quindi importantissimo è arrivare puntuali all’appuntamento per evitare di partire tardi e rischiare l’insabbiamento.

Quindi, come da pianificazione fatta ieri sera prima di darci la buonanotte, colazione anticipata per farsi trovare pronti davanti casa con le valigie in mano all’ora stabilita.

Questa la teoria. Nella pratica invece, l’ultima colazione da Sokna che, premurosa come sempre ci mette da parte un pò di pane da portare con noi per uno spuntino di mezza mattina, termina con quei pochi minuti di ritardo che, a cascata, comportano uno slittamento di tutte le fasi di avvicinamento al punto concordato per l’incontro con la piroga.

Così, a bordo del nostro pulmino, giriamo per la savana alla ricerca del nuovo punto in cui il piroghiere ha detto di essersi dovuto spostare per rimanere in acque sufficientemente profonde. Ma le strade sono poche, il paesaggio della savana ed i bracci dell’oceano incuneati all’interno tutti molto simili e per un paio di volte sbagliamo strada fino a quando il fiuto di Mamadou ci porta nella direzione giusta. La vediamo, eccola là, la nostra piroga.

Prima della partenza  le nostre donne del centro ci cantano una canzone di commiato e saluto. È un momento emozionantissimo che segna il definitivo addio ad un gruppo di persone che sentiamo di amare seppur il tempo passato insieme sia stato di soli due giorni. La loro ospitalità, la loro vicinanza e presenza in tutte le esperienze, la voglia di farsi conoscere, l’orgoglio di mostrare i progetti futuri ed i risultati già conseguiti, l’amore per la loro terra e la loro cultura, l’allegria, la serenità e la loro osservanza e rispetto per quei valori oramai dimenticati, ce le hanno fatte sentire fin da subito come amiche e da loro ora ci allontaniamo con il piacere di averle conosciute ed il dispiacere di non poterci passare altre giornate insieme.

Ma proprio a dimostrare l’amore e l’impegno che ci mettono nel progetto di interazione con i turisti,  una rappresentanza del gruppo, composta da Bas e dalla la cuoca del ristorante, ci accompagneranno sulla piroga fino a Palmarin.

L’alta marea interrompe l’idillio del momento e ci richiama ad un veloce salto in barca. Dobbiamo salpare subito se non vogliamo rimanere incagliati.

Andiamo così alla scoperta del Sine Saloum e del suo delta, un vasto intreccio di bracci di mare ed isole di mangrovie, pirogando lungo un dedalo di canali su cui incontriamo uccelli e pescatori.

E ci scottiamo. La fretta della partenza in ritardo e un pizzico di sottovalutazione della forza del sole, venendo da mesi di freddo e buio inverno Italiano, mi hanno fatto lasciare sul pulmino crema protettiva e cappelli. Già a metà viaggio il colore delle braccia e nel mio caso del cuoio non più tanto capelluto inizia a virare verso il rosso “stanotte non dormirai bene” e “domani ti gratterai come una scimmia”.

Durante il tragitto ci fermiamo su una delle isole abitate, un piccolo villaggio nel quale si ripete l’allegro assalto dei bimbi e poi, cullati sulla piroga, gustiamo i panini che la cuoca ci ha preparato per il pranzo. Buonissimi, appetitosi, gustosi. Sono riusciti a stupirci ancora una volta.

Arrivati a Palmarin dobbiamo salutare i nostri amici che torneranno a Sokone ed alla loro vita quotidiana. Noi invece approfittiamo per un bagno rinfrescante. Sole, caldo, spiaggetta semideserta, acqua bassa e calda, come facciamo a resistere? Non lo facciamo e ci concediamo una bella nuotata.

Asciugati i costumi andiamo incontro a Mamadou che nel frattempo ha raggiunto Palmarin con il pulmino e partiamo per Fadiouth, l’isola delle conchiglie, l’isola di Pierre.

Fadiouth è una piccolissima isoletta che come Mont San Michel è separata dalla terraferma da una striscia di terreno che viene invasa dalle maree. Il collegamento è tramite un ponte di legno che la unisce alla cittadina di Joal.

È costituita da un accumulo di conchiglie e continua ad allargarsi grazie all’opera dei suoi abitanti che utilizzano i gusci delle vongole e delle ostriche per aumentare la superficie che emerge dal mare. Infatti passeggiando per le sue viuzze si incontrano facilmente fuori dalle case, accanto ai molluschi stesi ad essiccare al sole, cumuli di conchiglie che verranno gettate ai bordi dell’isola per strappare terra al mare o che verranno utilizzate nell’impasto del cemento con cui vengono costruite nuove case.

Qui Pierre fa veramente il padrone di casa, qui è nato e cresciuto, qui vuole continuare a vivere.

E come dargli torto. La calma è sovrana, la dieta a base di pesce è quanto di più sano si possa chiedere, la vista è bellissima e lo stress della città è lontanissimo.

Nell’isola ci sono alcune piazze nelle quali si trova un’area coperta a cui possono accedere solo i vecchi del villaggio che qui si ritrovano per discutere della gestione del paese e risolvere le controversie nate tra le famiglie. Veri e propri consigli di saggi che regolano la vita di Fadiouth.

Chi di noi si innamora maggiormente di Fadiouth è Alessandra che da qui in avanti ingaggerà uno scherzoso ed allegro braccio di ferro con Pierre per farsi sposare ed ottenere così la cittadinanza in quest’isola da sogno. Una contrattazione che tra alti e bassi andrà dal matrimonio, che se non fosse per la religione di Pierre Alessandra accetterebbe anche in coabitazione con altre mogli, all’assunzione come donna delle pulizie passando per la coabitazione contro versamento della propria pensione. Cosa non si è disposti a fare pur di vivere una propria “Laguna blu”! Ma Pierre, l’uomo più integro, probo ed incorruttibile del Senegal, rifiuterà, con garbo e cordialità, qualsiasi offerta e soluzione prospettata, rimanendo fedele al suo principio che come una moderna “Cenerentola” od una “Bella addormentata nel bosco” gli fa attendere la sua principessa azzurra.

Ritornati sulla terra ferma ci dirigiamo verso Mbour dove si trova la sede della Cps e dove conosceremo la nuova famiglia che ospiterà me, Patrizia ed Alessandra. Mirella le prossime due notti dormirà a casa sua.

Prima però facciamo la conoscenza del presidente del Gie locale, un insegnante con, non ho capito bene, master o stage in economia fatto all’università di Torino. Come due vecchi studenti che si ritrovano dopo decenni lui ed Alessandra iniziano a ricordare professori senza riuscire a trovarne uno in comune. Manco per sbaglio. Tanto che sorge molto forte il sospetto che non parlino della stessa università e forse neppure della stessa città. Non rimane che aspettare domani quando porterà le foto di quelle giornate.

Ma la sorpresa più simpatica, a ricordarla ora senza la sensazione olfattiva, l’abbiamo o meglio l’ha Alessandra quando ci mostrano le camere.

A me e Patrizia tocca la camera più grande mentre ad Alessandra la più piccola, che non ha niente di meno rispetto alla nostra, è altrettanto bella e comoda, ma ha una cosa in più. I montoni. Non di pezza, non intagliati nel legno, non scolpiti nella pietra ma veri in carne, ossa e lana. E prodotti della digestione. Sono quelli che vivono in un cortiletto interno di pochissimi metri quadri sotto la finestra della camera da cui possono sporgersi per guardare dentro. Al di là del pensiero di poter essere svegliati dal belato di un montone che ti guarda mentre dormi, quel che stordisce, nel vero senso della parola, è quel delicatissimo effluvio che balza al naso, quell’essenza ovina che permea l’ambiente saturando l’aria, quell’eau de toilette che ti prende le cellule olfattive e non te le lascia più. Ma il bello del viaggio solidale sta anche in queste sorprese!!!

A controbilanciare il giaciglio agreste, dopo una bella doccia, abbiamo la piacevolissima sorpresa di una cena servita su un tavolino, basso ma pur sempre tavolino e  che gusteremo  seduti in poltrona. Cena buonissima come sempre e pure comoda. Ma cosa possiamo volere di più dalla vita, neppure un amaro Lucano potrebbe aggiungere nulla.

L’attività post-cena doveva essere la serata tradizionale Khawaré ma, per rispetto ad un lutto avvenuto ieri  nella famiglia allargata della donna che ci ospita,  viene giustamente annullata e quindi ci ritroviamo una serata libera.

Decidiamo di andare a bere qualcosa in un localino in riva al mare conosciuto da Mirella e Gianfranco, l’altro operatore della Cps che si è unito a noi, locale si rivelerà più bello di tanti famosi locali delle nostre spiagge. Poca gente e quindi calma e tranquillità, possibilità di scegliere tavoli e sedie o lettini fronte mare, la brezza oceanica a mitigare la nostra scottatura e il piacere di una bella birra fresca. Sembra una rilassante serata in riviera con gli amici ed invece siamo in Senegal. Durante la serata, con Patrizia e Alessandra, decidiamo di iniziare a fare un dono ai nostri amici di viaggio. Il primo, per motivi di urgenza, è Pierre a cui abbiamo pensato di regalare, con la complicità di Mirella che dovrà provvedere all’acquisto, un cellulare. Ieri il suo è caduto nell’acqua dentro la piroga e nonostante ripetuti tentativi di asciugarlo e rianimarlo continua a funzionare male.

Dopo la birra tutti a nanna, caproni compresi.

Mercoledì 14 marzo

Prima tappa di questa mattina è il centro di sartoria “Pere Janvier”.

Qui, dopo aver visitato le aule ed incontrato allieve e maestre, diamo il via alla serie di acquisti che ci serviranno sia per riportare a casa un pezzo di Senegal sia per contribuire al sostentamento di questi progetti. La scelta ricade su alcune borsette porta oggetti di stoffa imbottita che sono i lavori di una delle alunne.

Alessandra, oramai abituata a lavori su misura dopo la borsetta “Love” del rasta capo-sarto, commissiona pure un lavoro specifico fuori dalle produzione standard. Una borsa porta pc che visti i tempi ristretti e la particolarità sarà il lavoro pomeridiano della maestra.

Salutate le ragazze del centro ci dirigiamo verso il centro “Stefano Della Valle” dove assistiamo e partecipiamo alla creazione di sciarpe e tovaglie realizzate con il metodo della tintura Batik.

Al centro ritroviamo Gianfranco, conosciamo Anna, la responsabile della sede Senegalese della Cps e troviamo le donne che avranno il compito di farci capire come piegare, legare, cucire ed annodare i tessuti per ottenere, una volta immersi nella tintura, gli effetti grafici desiderati.

Compito ancora più ingrato perché prevede, oltre alla spiegazione, pure il coinvolgimento. Dopo aver scelto il motivo geometrico ed il colore della sciarpa che ci regaleranno dovremmo, il condizionale e più che d’obbligo, lavorare la stoffa seguendo le loro indicazioni.

Nonostante la buona volontà il risultato è semifallimentare tanto che, prese da pietà, hanno visto bene di toglierci le stoffe dalle mani e perfezionare il lavoro prima della tintura. E di questo le ringraziamo perché altrimenti chissà come sarebbero venute fuori le nostre sciarpe.

Un aspetto che ci colpisce è l’estrema povertà ed assenza di mezzi e strumenti. Non hanno nulla, neppure un tavolino su cui appoggiare le stoffe, quantomeno per agevolare la precisione nel taglio.

La fase della tintura vera e propria, fatta con l’ausilio di acqua scaldata sul fuoco, tre o quattro bacinelle per colorare e sciacquare, ci regala la magia della chimica e della sapienza umana con i colori che ossidandosi all’aria trasformano quei “pallotti” di stoffa mal piegata in bellissime e coloratissime tovaglie. Da tener conto che lavorare nelle loro condizioni e’ davvero dura, il centro sorge alla periferia della città, in pratica nel nulla, sotto il sole rovente e considerando che per la tintura batik servono decine di litri di acqua, considerate come tutto è piu’ difficile visto che qui non c’e’ nemmeno un pozzo fuori, acqua corrente zero, le donne si fanno portare l’acqua da lontano o vanno loro a prenderla, a prezzo di tanta fatica e soldi.

Con l’occasione preparano anche altri pezzi, alcuni dei quali andranno a finire nella lista degli acquisti insieme alla confettura di “patate”, una marmellata fatta con un frutto locale (non con patate, come farebbe pensare il nome) e che incuriosisce il palato di Patrizia.

Dopo la lavorazione vera e propria ci offrono il pranzo e in una giornata calda come quella di oggi il Bissap fresco di fine pasto è ancora più buono.

Nel pomeriggio ci addentriamo, accompagnati da un’altra guida “specializzata”, negli intricati meandri dei mercati artigianali di Mbour. Una serie continua di stretti viottoli e piccole botteghe che sembrano ripetersi all’infinito e che, come nei suk arabi, danno l’idea di un mondo a parte. I “negozietti” sono così attaccati gli uni agli altri, così pieni di merci, gli stradelli così stretti ed affollati, i colori così forti ed abbaglianti, gli odori così saturi che sembra quasi più di nuotare in quel mondo che passeggiare. Fatti gli ulteriori acquisti sfociamo sulla spiaggia, nella zona del mercato del pesce, dove arrivano e ripartono le piroghe dei pescatori.

La zona del mercato coperto è una confusione di commercianti, acquirenti ed operai che incassettano e caricano sui camion il pesce destinato all’esportazione in Europa.

La spiaggia è un tappeto di persone. Pescatori appena arrivati, pescatori che caricano le barche per ripartire, famiglie che sono venute ad accogliere i primi e famiglie che invece salutano i secondi, donne che vendono il pesce accatastato a mucchi sulla sabbia o su semplici tovagliette, massaie che sono venute a fare la spesa.

Benché personalmente preferisca gli spazi aperti con i loro silenzi ed i loro vuoti tutta questa confusione e cacofonia è una delle immagini più belle del viaggio. Pensare che da qui, fino a qualche anno fa, le stesse piroghe dei pescatori si trasformavano in barconi della speranza, stracolme di gente disperata diretta verso l’Europa. Pierre ci spiega che per avere una buona pesca, i pescatori rimangono in mare anche per 5-6 gironi di fila e stentiamo a credere come possano resistere stretti in spazi così angusti, per così tanto tempo, in balia delle onde e dell’umidità marina.

Ritornati in famiglia doccia e partenza per la serata Maure. Saremo ospiti di alcune famiglie di senegalesi discendenti di etnie della Mauritania, emigrati qui in Senegal ma che hanno mantenuto le loro usanze e customi.

Benché l’accoglienza sia comunque stata buonissima in questi due giorni,  è evidente una differenza tra la famiglia che ci ospita qui a Mbour  e le famiglie di Sokone. Mancano il calore e l’entusiasmo di Asdou-Sokna & Co.. Probabilmente vale lo stesso principio che vige anche in Italia per cui l’accoglienza nei paesini è molto più avvolgente e coinvolgente di quanto non succeda nelle città. Oppure questa famiglia è semplicemente meno espansiva, più riservata. Oppure hanno degli impegni che in questi giorni impedisce loro di essere più presenti e vicini. In ogni caso mi manca un po’ “il faut manger, il faut manger” di Sokna, il loro essere sempre presenti, il mangiare con noi, l’accompagnarci nelle escursioni, il contatto continuo.

Arrivati nella casa, pur con le differenze dovute al colore, alla latitudine ed ai costumi locali, assistiamo alla stessa scena di tante riunioni famigliari o serate tra amici che viviamo in Italia. Tutte le donne fuori a chiacchierare ed accogliere gli ospiti, alcune occupate in cucina con gli ultimi preparativi della cena, tutti gli uomini in casa davanti alla televisione a guardare la partita di due squadre europee in champions league. Paradossale effetto della globalizzazione.

Lo spettacolo di danze al ritmo delle percussioni è bellissimo da guardare ma come in un dejà-vu, nemmeno troppo lontano nel tempo, imbarazzante da eseguire. La terza danza racconta la storia del matrimonio tra i figli dei capi di due villaggi in guerra tra loro e arriva la notizia raggelante, l’invito a partecipare vestendo i panni dei due novelli sposini. E così, quale unica coppia, io e Patrizia ci ritroviamo attori protagonisti. Protagonisti di una ridicola ma sicuramente esilarante interpretazione. Io infagottato nell’abito di uno dei ballerini, più alto e grosso di me quel tanto che basta per farmi inciampare in una vestito troppo lungo, Patrizia vestita con una tunica ed un copricapo che la fanno assomigliare ad una Madonna bionda. Visto l’ambientazione sembriamo davvero Giuseppe e Maria il giorno del matrimonio. Speriamo che la storia non prosegua con l’arcagnolo Gabriello!!!!!

Tutto ha comunque un lato positivo. Dopo dieci anni di convivenza abbiamo ufficializzato la nostra unione con un bel rito Mauritano. Finto per finto meglio questo dei matrimoni fatti a Las Vegas. Ha anche il vantaggio che in caso di dissidi e separazione non ci sono firme ed i testimoni oculari saranno difficili da ritrovare, non rimane che cancellare le foto.

A parte la nostra meschina figuraccia dobbiamo ancora una volta assistere con ammirazione allo spettacolo che queste persone offrono quando prendono in mano un tamburo ed iniziano a ballare. A noi servono anni di scuola per arrivare a quella grazia che loro hanno innata e che con pochi e semplici passi ti attira e catalizza l’attenzione.

Un altro pezzo di Senegal che porteremo nel cuore.

Giovedì 15 marzo

Questa mattina dopo la colazione partiamo per la laguna di Somone.

Poche centinaia di metri in piroga su un braccio di mare ci porta all’isolotto su cui troviamo il “Paradise rasta”, una sorta di stabilimento balneare gestito da un giovane rasta che ha visto bene di avviare la propria attività in un posto che può essere veramente una buona raffigurazione del Paradiso. Da una parte l’oceano dall’altra laguna, mangrovie, pellicani, aquile e fenicotteri, acqua calma, spiaggia di conchiglie, palme, amache, lettini e birra fresca. Non sarà il Paradiso dei cristiani più ortodossi e degli asceti ma sicuramente lo può essere di quelli un po’ più terreni.

Oggi Pierre si è presentato con il cellulare nuovo che gli abbiamo consegnato ieri chiuso in una bustina di nylon ben stretta con un cordino. Nella sua infinita precisione ha pensato a tutto pur di non ripetere l’inconveniente dell’acqua salata.

Dopo un primo assaggio di relax partiamo per un giro in piroga lungo i canali della laguna. Il nostro piroghiere è la delizia degli occhi e dei pensieri femminili, la quintessenza della mascolina bellezza.

Un Davide scolpito nell’ebano per i muscoli, un Narciso per la consapevolezza e l’astuzia nel mostrare e mostrarsi, un James Dean per l’aria “bastarda”.

Ma io e Pierre che ci stiamo a fare su questa piroga? Non era meglio se ce ne rimanevamo sull’amaca mandando le dolci pulzelle da sole a vedere gli uccelli? O dovrei usare il singolare??????

Censurando dalla vista i prossimi sogni notturni di Mirella, che si sta ancora chiedendo se quei pantaloni larghi al cavallo nascondono l’unica differenza con il Davide, il posto è meraviglioso. Stormi di uccelli di varie razze placidamente posati sull’acqua o che all’improvviso, in gruppo, spiccano il volo in un turbine di ali: aquile, cormorani, pellicani, ci sembra anche qui di essere in un documentario!

Spiaggette protette e pescatori che tornano a casa con il pranzo.

È quasi troppo facile indovinare il pensiero di fronte al Baobabbino dei desideri.

Ritornati al Paradise rasta ci rifocilliamo con un gustosissimo pranzo  a base di pesce, ad un prezzo che stentiamo a crederci (l’equivalente di pochi euro) e ci abbandoniamo al riposo ed all’ozio più totali comodamente sdraiati chi sui lettini e chi sulle amache, ognuno da solo con i suoi pensieri ed i suoi sogni. A proposito dell’ottimo pesce che abbiamo mangiato, raccomandiamo di provare gli spiedini di rana pescatrice, veramente ghiotti!

Troppo presto arriva quindi il momento di ripartire, destinazione Dakar. Il viaggio è agli sgoccioli e pensando alla città che ci attende quest’angolo di laguna acquista il sapore dell’ultimo scampolo di quiete che solo la natura e gli spazi aperti sanno dare.Sì, decisamente il proprietario di Paradise rasta ha capito tutto della vita!

A Dakar andiamo a visitare l’associazione “Sunugal”, un centro di sartoria di livello più elevato rispetto a quelli visti finora tanto che hanno già un canale commerciale per la vendita dei prodotti in Italia.

Sarà anche l’occasione per Mirella, a nome della Cps, di prendere il primo contatto con questo gruppo che direttamente tramite Viaggi Solidali ha chiesto di essere inserito nei programmi dei viaggi turistici.

All’arrivo veniamo accolti da una sfilata, con tanto di red carpet, con cui ci mostrano le proprie creazioni che sono, oggettivamente, carine ed interessanti. Anche se le particolarità dei vestiti sono offuscate dal contenuto.

Talvolta a questo mondo la giustizia esiste e così, dopo mister “chiappa d’oro” di Somone, io, Mamadou e forse anche Pierre, troppo onesto con i suoi principi per guardare con occhio meno che informale, ci possiamo beare della vista di quattro o cinque paia di cosce e relativi annessi degni della matita di Milo Manara.

Pur nella relativa semplicità dei locali rispetto ai nostri standard,  si percepiscono fin da subito un’atmosfera più imprenditoriale ed una struttura più organizzata con progetti di più ampio respiro.

Probabilmente è solo un’errata percezione ma sia la sfilata iniziale sia la successiva chiacchierata d’affari nella stanza del direttore del centro, noi, lui ed alcuni suoi reggenti, hanno troppo il sapore di “vendita commerciale di un progetto” che non di benevola accoglienza.

Il ritmo ed il modo in cui espongono il proprio operato, il gioco di squadra, le bibite e le noccioline, l’atmosfera da “troviamoci d’accordo che conviene a tutti e due” fanno nascere qualche dubbio.

Sarà forse la deformazione professionale ma sembra più di assistere una riunione in cui una società, giocando la carta dei suoi migliori promotori e chief manager, cerca di convincere il cliente/investitore a preferire il proprio prodotto a quello della concorrenza.

Mancano solo le slides.

In questo caso il loro obbiettivo è quello di trovare il modo di avere un flusso continuo di turisti italiani sui quali “lavorare” perché una volta tornati in Italia si attivino per trovare loro nuovi canali di vendita.

Non voglio giudicare il fine, in fin dei conti la naturale evoluzione di un qualsiasi gruppo economico è la crescita e ciò comporta il dover trovare sempre nuovi e più vasti mercati, ma semmai critico il modo, il tempo ed il luogo. Questa trattativa avrebbero dovuta farla con Mirella in altri giorni, in un appuntamento fuori dal contesto viaggio, senza la presenza dei turisti.

Per Mirella esperienza positiva perché si sono comunque mostrati ed esposti, ma non vincente per loro considerata l’impressione ricavata. Dubbi che possono nascere anche nei turisti nei quali può facilmente scattare una sequenza di domande: chi ha preso contatti o fatto pressioni su Viaggi Solidali? Quanti sono gli intermediari nel percorso Senegal/Italia? E con quali ricavi personali? E quanti dei soldi incassati dalla boutique di Milano arriveranno in Senegal a sostegno delle ragazze tolte al mestiere più antico del mondo? Quanto, quindi, il lavoro di queste ragazze e bimbi rimane nella sfera dell’aiuto sociale e quanto diventa sfruttamento per fini di lucro? Domanda questa avallata dall’aver “involontariamente” visto un minorenne a lavoro ad una macchina da cucire nonostante le rassicurazioni di non utilizzo di lavoro minorile. Presenza peraltro goffamente giustificata.

A parte queste considerazioni è giusto dire che i modelli prodotti, sia per quanto riguarda gli abiti sia per gli accessori, sono molto particolari, ricercati e belli. Sicuramente non indossabili normalmente nella nostra vita giornaliera ma indossabili  come abbigliamento per occasioni particolari o per “tendenza” possono avere una possibilità di successo sul nostro mercato. E, tra una prova e l’altra, l’acquisto scatta spontaneo.

Cogliamo l’occasione per fare un regalo anche a Mirella. Un vestito in stile “Sunugal” per le sue giornate in Senegal.

Dopo la visita ci dirigiamo verso la nostra ultima cena senegalese e per la prima volta dall’inizio del viaggio viene a mangiare con noi anche Mamadou che ha potuto lasciare il controllo del mezzo al servizio d’ordine del ristorante.

Tovaglia a quadretti rossi, pesce, birra e tanta allegria. Poi il ritorno nell’hotel della nostra prima notte

Venerdì 16 marzo

Questa mattina prendiamo il traghetto per l’isola di Gorée.

L’isola di per sé non ha nulla di particolarmente bello o interessante, fatta salva la sequenza continua di dipinti esposti da artisti locali che danno un costante tocco di colore. Quello che la rende unica è il cosa rappresenta questo luogo. Al pari di pochi altri luoghi nel mondo è un simbolo, una testimonianza ad imperitura memoria di una delle forme del volto peggiore dell’uomo.

Questa è l’isola da cui per secoli,  milioni di schiavi catturati o comprati nell’entroterra africano sono stati raccolti, selezionati e poi caricati sulle navi per essere deportati nelle Americhe. È il luogo attraverso il quale è passata una delle più grandi diaspore, in cui è finita la vita od iniziata la morte di un’infinità di persone. È il simbolo dell’arroganza e del disprezzo delle potenze europee che nel nome del potere e del profitto hanno soggiogato e stravolto interi popoli.

Visitando Gorée non si visita un luogo ma la storia.

E poco importa se i ristorantini al porto, gli artisti e l’architettura coloniale non danno l’aspetto lugubre, triste e tragico che possono dare i campi di sterminio tedeschi, la storia è lì con il suo carico di accuse per una parte di umanità che di umano ha avuto veramente poco.

Dopo il pranzo rientriamo sulla terraferma per una più lieta e serena visita al lago Retba, anche conosciuto come lago rosa per l’effetto di un tipo di batterio presente nelle sue acque che in particolari condizioni di irraggiamento solare e vento dona alle acque un colore rosso/rosa. Oltre alla colorazione, che oggi non è particolarmente visibile, il lago è famoso per essere stato il luogo di arrivo della famosa Parigi-Dakar prima che motivi di sicurezza costringessero gli organizzatori a spostare la gara in Sudamerica. Oggi è quindi tornato ad essere solamente una delle saline senegalesi, dove come possiamo vedere, il lavoro degli estrattori di sale, fatto tutto a mano e’ davvero duro.  Il lago è separato dall’oceano da una serie di dune di sabbia su cui ci avviamo per una passeggiata e passiamo, seduti sulla finissima sabbia, l’ultimo abbraccio del sole. È infatti giunta l’ora di rientrare a Dakar. Prima di andare in aeroporto vogliamo passare in città per cercare un negozio in cui comprare una t-shirt da regalare a Mamadou. Dopo un pò di tentativi a vuoto finalmente un bel negozio di articoli sportivi ed anche il nostro autista può sfoggiare un nostro regalo, una bellissima maglietta Nike.

A questo punto è proprio finita. Non ci resta che tornare all’aeroporto, ricambiare il denaro, mangiare qualcosa con Pierre, Mamadou e Mirella e dire arrivederci a questa magnifica terra ma soprattutto a questo stupendo popolo.

La nostra prima esperienza di viaggio solidale ha ampiamente soddisfatto le aspettative e lo consigliamo come forma di turismo a tutti coloro che, non solo vogliono dare un contributo, ma alla quantità preferiscono la qualità.

Offre un’occasione in più per conoscere la “vita” di una nazione e non solo la sua morfologia, la fauna, la flora e le glorie artistiche passate.

Già dai primi viaggi abbiamo sempre cercato di visitare anche il supermercato e non solo il monumento, di mangiare le frittelle dell’ambulante e non solo i piatti del ristorante rinomato, di fermarsi nei paesi che non compaiono in nessuna guida, di usare mezzi di trasporto locale e per questo abbiamo fatto viaggi da soli o con pochi amici, appoggiandoci a piccoli tour-operator o in proprio inventandoci l’itinerario.

Abbiamo sempre cercato di evitare grossi gruppi, le tappe standard con visite mordi e fuggi, i paesi e le persone viste da dietro il finestrino dell’autobus, tutte situazioni che limitano fortemente il contatto, la conoscenza della vita di tutti i giorni, di cosa voglia dire alzarsi, andare a lavoro o a scuola, sposarsi, far crescere figli, fare la spesa e gestire una casa, ritrovarsi e divertirsi in un contesto socio-culturale che non sia il nostro.

Questo viaggio ci ha dato un opportunità in più per scendere nel particolare. Soggiornando presso famiglie locali ci sono tanti momenti in cui è possibile chiedere ed avere risposte, osservare e confrontare comportamenti, vedere l’”uomo” nel suo habitat naturale, la casa.

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