Dal Senegal all’Italia : Romina si racconta…

Da Wikipedia ”Mal d’Africa: nel linguaggio comune “mal d’Africa”si riferisce alla sensazione di nostalgia di chi ha visitato l’Africa e desidera tornarci “. Bè, non sono così enfatica da dire che al ritorno dal mio viaggio in Senegal sono affetta da questa “sindrome”, ma sono sincera nel dire che alla fine della mia settimana di scoperta, alla fine delle corse e del caos degli aeroporti, quando finalmente sono salita sul treno che mi portava verso casa e mi sono rilassata, improvvisamente mi è venuto da piangere ed ho trattenuto le lacrime fino a quando, scesa dal treno sono entrata nella mia macchina. Un pianto dovuto alla liberazione di tutte le sensazioni che si sono accumulate giorno per giorno e che però nella foga di vedere e vivere tutto restavano in standby fino a quando, nel momento in cui tutto è finito, si sono riavviate tutte insieme e sono esplose.

Un viaggio di questo tipo, fa provare emozioni e sentimenti che altrimenti potrebbero solo essere immaginati…ma l’immaginazione è molto diversa dal “sentire”.

Ho capito quello che avrebbe significato questo viaggio in aeroporto a Madrid, dopo aver fatto il check in: nell’area antistante la porta d’imbarco per Dakar ero l’unica bianca tra un centinaio di neri. Quando siamo in Italia i diversi sono loro…in quel caso invece la diversa ero io, un puntino bianco su un foglio tutto nero. Ero tra gente a cui io non appartenevo, ero un forestiero in un popolo omogeneo e compatto che però non era il mio, ero  come un intruso ad una festa in cui tutti si conoscono e nessuno conosce te. Soggezione, disagio, spaesamento.  E’ questo che ho provato.  Io ho capito quello che mi avrebbe dato l’Africa proprio in quel momento, quando mi sono immedesimata in una condizione che non è mai stata la mia, quando ho sentito dall’interno quello che solitamente vedo dall’esterno.

Sono tantissime le cose che mi hanno lasciato a bocca aperta, spesso incredula: non avevo mai pensato al fatto che potessero esistere luoghi in cui si stira ancora col ferro da stiro a carbone, dove in casa l’unico modo per raffreddare i cibi e le bevande non è il frigo ma un secchio pieno di bottiglie ghiacciate e dove vendere bottiglie ghiacciate per strada è una professione, un luogo in cui ancora l’unica lavatrice a disposizione è costituita da braccia energiche e da due bacinelle tra le quali si alternano gli indumenti prima insaponati, poi sciacquati e infine strizzati, dove per strada girano libere capre e  maiali molto più che cani e gatti, dove uno dei trasporti pubblici è costituito da carretti trainati da un cavallo, a volte da un asino e troppo spesso condotti da bambini, un luogo in cui una strada asfaltata è una rottura con tutto il resto della città perchè ai suoi lati, dove il manto stradale finisce, l’asfalto è completamente sostituito da sabbia, non ci sono strade nei quartieri, solo sabbia  attraversata da bambini che corrono, giocano e che alla vista di un bianco urlano “Toubab!!!” per sfoderare un enorme sorriso accompagnato da una mano che non si stanca mai di salutare.

Ma se devo parlare di quello che più mi ha toccato il cuore e l’anima, allora sono due le cose che non scorderò mai e che resteranno dentro di me per sempre.

La prima è legata ad un bambino. Per chi non avesse conoscenza della cultura senegalese (proprio come non l’avevo io prima di partire), in Senegal esiste una “categoria” di bambini chiamati “talibè”, letteralmente “discepoli”. Mi è stato spiegato che spesso le famiglie, per impossibilità economica o semplicemente per mentalità se non addirittura per mancato interesse nei confronti dei loro figli, mandano i bambini in quelle che dovrebbe essere scuole di corano, più realisticamente li regalano ai marabù. Alcuni di questi marabù “abbandonano” la loro vocazione di  maestri di corano e si trasformano in una sorta di “santoni” che invece di insegnare i precetti dell’Islam altro non fanno che obbligare i bambini a mendicare tutto il giorno, in alcuni casi maltrattandoli se non racimolano una quantità di denaro soddisfacente. Questi bambini sono l’espressione più triste del Senegal, uno sguardo di una tristezza smisurata dovuta ad un’infanzia che è stata loro negata e rubata; si avvicinano con sguardo spento mostrando il loro cestino nella speranza di ricevere una moneta, bambini costretti già da piccoli ad avere come unico pensiero quello di rimediare soldi, invece che di giocare. Bè una sera eravamo ferme in macchina  e un piccolo talibè  si avvicinò appiccicando le sue mani allo sportello della macchina e invece di elemosinare soldi come gli è stato insegnato a fare , disse, sempre e comunque con il tipico sguardo triste dei talibè “Tu as un bon bon?”. ..Non chiese monete,  solo una caramella. Restai paralizzata, il cuore mi si riempì di una tenerezza e di una tristezza immense, perchè per un attimo un bambino “programmato” per dimenticare di essere tale, cresciuto come mendicante,  riconosciuto da tutti come un esasperante talibè… per un attimo quel ragazzino non è riuscito a contenere quell’infanzia e quell’innocenza, quella spensieratezza di cui è stato privato ed è stato nient’altro che un bambino come tutti gli altri, un bambino che semplicemente voleva una caramella. Con quella innocente richiesta ha detto “Sono un bambino anch’io”. E fa male vedere quanto viene tolto a chi non ha mezzi per difendersi e che  sopprime costantemente quello che è per essere quello che gli altri vogliono e realizzare che in fondo quei desideri di bambino esistono ancora ma devono essere sostituiti dagli obblighi nei confronti di chi decide per lui….solo una caramella….

La seconda emozione che porterò dentro è invece legata ad un luogo: l’isola di Gorèè, più precisamente la visita alla casa degli schiavi. All’epoca della tratti degli schiavi, gli africani venivano condotti su isole più facilmente raggiungibili dalle imbarcazioni degli americani o degli europei da cui venivano comprati. L’isola di Gorèè è stata assunta come simbolo di questo passaggio. Gli schiavi venivano tenuti in case fino all’arrivo dei loro “padroni”. Una di queste è oggi diventato il museo degli schiavi. Credo sia la cosa più toccante che io abbia mai visto in tutta la mia vita. Stanze piccole in cui le persone suddivise per categoria (uomini, donne, vergini, bambini) venivano ammassate; l’unico fattore che decideva della quantità di persone da tenere nella stanza era la possibilità di chiudere la porta: nel momento in cui la porta non riusciva più ad essere chiusa per mancanza di spazio allora la stanza era sufficientemente piena. Se qualcuno si ammalava o moriva veniva gettato in mare senza alcuno scrupolo, ognuno di loro aveva ai piedi catene da 10 Kg in modo che se avessero cercato di scappare per mare (le case davano ovviamente sull’oceano in modo da agevolare la salita degli schiavi sulle navi) affondavano immediatamente. Ma l’emozione che non dimenticherò mai l’ho provata nel momento in cui ho visto “la porta del non ritorno”, una piccola porta che dava sul mare…quella era la porta che gli schiavi varcavano sapendo che non sarebbero tornati mai più, che da quel momento la loro vita sarebbe stata quella dei lavori forzati. Conservo scolpita nella mente la visione, alla fine di uno stretto corridoio di pietre, di quella piccola porta col mare che in prospettiva arrivava a poco più di un terzo di essa e l’immagine straziante di quelle persone costrette a varcarla, l’immagine della loro disperazione, della loro rassegnazione , del loro dolore. Ancora adesso mi assale la commozione al pensiero di tutto quello che hanno dovuto subire. 15 milioni di persone.

Il Senegal  non è Roma, non è Parigi, non è Firenze,non ha monumenti o opere d’arte di celebri artisti, ma offre un museo della vita, della cultura, delle tradizioni, delle convinzioni, delle superstizioni e anche delle mancanze di un popolo così lontano da noi, che solo respirandole possono essere percepite.

E alla fine di questo viaggio, credo non di provare, ma sicuramente di comprendere quello che si intende per “mal d’Africa”, credo di poter capire il desiderio che si può provare di ritornare in quei luoghi e tra quella gente. E’ una terra che ti penetra fin nel profondo e penso che ogni straniero che si trovi per qualche ragione a vivere là penetra allo stesso modo dentro l’Africa stessa, e questo  genera un legame difficilmente dissolubile.

Un grazie di cuore va ad Anna, Mirella e Franco, la coordinatrice e i volontari della CPS senza i quali probabilmente avrei visto tanto ma “sentito” meno.

Al prossimo viaggio.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...